Come abbiamo capito nel primo articolo, meditare vuol dire - anche - mantenere l'attenzione a lungo su un pensiero, qualunque esso sia. La Pratica della Meditazione però non è solo "direzionare l'attenzione": è un processo di Conoscenza di Sé che riguarda ogni aspetto di noi e della nostra vita. Non è solo sedersi e rilassarsi, ma è una continua ricerca dell'Unità con l'Assoluto che fa da perno ad ogni nostro pensiero, parola e azione.

La Pratica della Meditazione inizia dunque ben prima del "sedersi e rilassarsi": inizia dai nostri gesti, dal nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con il mondo, con il cosmo, dalla consapevolezza che abbiamo delle nostre azioni, da ciò che ci muove e ci guida, dalla volontà, dall'amore, dalla conoscenza, dall'ispirazione. Inizia dall'estirpazione del vizio per tendere alla virtù e all'equilibrio, dallo studio della Tradizione, dalla devozione perseverante a Dio.

Senza, per esempio, il costante lavoro "sull'estirpazione del vizio" (in senso lato), la mente avrà sempre il suo bel carico di "spazzatura" (pensieri ed emozioni "negativi", ridondanti, seghe mentali di vario tipo, attaccamenti, dipendenze), un peso che ci renderà molto più difficile arrivare ad un buono stato di centratura. La mente deve diventare calma e pura, per poter svelare il Sè. Fintanto che si sta ancorati alla materia, al vizio, ai bassi istinti e piaceri, ciò non accadrà mai.

Questo non significa che bisogna privarsi del piacere, ma significa che dobbiamo rivalutare il come ci poniamo nei confronti della vita. Ricordiamoci che il sesso non è solo la mera soddisfazione di un piacere, l'alcol non ci toglie i traumi che ci portiamo dentro, fare i soldi non ci permette di goderci la vita, eccetera. Dobbiamo smettere di compiere le nostre azioni in modo inconsapevole, per uscire dall'abitudine, dall'ordinario, dal prestabilito, ed elevare ogni nostro gesto e respiro ad una dimensione più elevata. E, comunque, dobbiamo sempre usare il buon senso: se vuoi una mente pura, evita in primis di inquinarla.

Quanto appena detto riguarda i primi due stadi, yama e niyama, o, per come li traduce Desikachar, "le nostre attitudini verso l’ambiente circostante" e "le nostre attitudini verso noi stessi" (ne avevo parlato nella Parte 2). Senza queste "attitudini" nella vita la quotidiana, nella nostra pratica troveremo sicuramente più ostacoli. Questi due primi stadi, che (nella Parte 4) ho associato all'elemento terra, servono infatti a prepare il terreno sul quale far crescere i nostri semi, o le fondamenta sulle quali costruire il nostro tempio.

Una volta comprese e adottate queste attidutini, allora possiamo sederci, chiudere gli occhi e fare la nostra ricerca, il nostro cammino interiore. Ricercarcando l'equilibrio, estirpando il vizio e facendo fiorire la nostra VIRtus. Con la purezza delle nostre azioni, lo studio dei testi sacri, la nostra Volontà di Conoscere Noi Stessi, con ordine e misura, il nostro lavoro interiore ci porterà a costruire il Tempio Perfetto.

Con l'asana, portiamo stabilità ed equilibrio nel corpo, imparando a mantenere il corpo fermo, rilassato, a liberarlo dalle tensioni e dallo stress: qui comincia la nostra discesa nel silenzio e con esso anche il processo di distacco dai sensi. L'asana, in senso più esoterico, è disciplina del corpo/mente. È l'essere stabili e vigili nella propria interiorità. È portare l'attenzione sul corpo, e ascoltarsi, e rilassarsi, pur restando vigili.

Dopodiché, con il pranayama passiamo bilanciare il movimento del nostro flusso vitale. Qui, la respirazione è solo uno strumento. Il pranayama, in senso più esoterico, è entrare nella dimensione del prana. La respirazione è un mezzo con il quale entrare in questa dimensione. Una dimensione, una realtà, più sottile di quella fisica alla quale siamo abituati.

In questa dimensione, impariamo a direzione il nostro prana, le nostri correnti interiori, di emozioni, pensieri e flussi eterici, per liberarci degli ostacoli percettivi che oscurano la vista interiore e deviano l'attenzione verso inutili distrazioni, fino ad arrivare al silenzio. Quando la mente è calma, l'attenzione è stabile, e la percezione è chiara, conquistiamo il dominio sui sensi: il pratyahara, a volte tradotto come "astrazione"... che come parola è molto appropriata.

Astrazione: [...] distaccare, composto dalla partic. ABS da indicante separazione e TRÀHERE trarre. - Operazione mentale per la quale in un oggetto o in una idea si considerano alcune parti separate dalle altre; Distacco della mente dai sensi; Fissa applicazione di checchesia, separando l'attenzione da quello che ne circonda.

- Astrarre, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana Ottorino Pianigiani.

Arrivare a questo stadio significa che siamo arrivati ad un buono stato di centratura, grazie al quale possiamo proseguire nei prossimi stadi. Sulla centratura, una parola che finora non ho ancora usato per descrivere questo stato è "presenza": si parla spesso di "essere presenti", ma cosa vuol dire esattamente? Vediamone l'etimologia.

Presente: lat. Præsentem, part. passato del verbo Præsum, composto di Præ innanzi e Sum sono. Che è al cospetto di alcuno; Che è nello stesso tempo nel quale si parla; Quello di che si tratta; sinonimo d'Imminente, Inevitabile, Immediato. Come sost. vale Dono: come se dicesse cosa che è posta innanzi, cioè offerta.

- Presente, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana Ottorino Pianigiani.

Devo proprio dirlo: amo l'etimologia! Dà molto spesso bellisimi spunti sui quali... meditare. Parafrasando la definizione, potremmo proprio dire infatti che siamo "presenti" quando: siamo al cospetto di noi stessi; siamo nello stesso tempo (e spazio) nel quale parliamo (/pensiamo/agiamo); siamo quello di che si tratta; Siamo l'Imminente, l'Inevitabile, l'Immediato. Siamo il Dono (Sacro) che poniamo innanzi ad ogni nostra offerta.

Questo è essere presenti. Imparare a stabilizzarsi in questo stato è l'esercizio "centrale" di tutta la Pratica: il Centro non è solo presenza, è molto di più. Il Centro, in particolare, è il "luogo" dell'Essere, del Sé, di Unità con l'Assoluto. Anche in questo senso va letta la frase al paragrafo precedente "siamo quello di che si tratta": quando parliamo di qualcosa noi siamo anche quella cosa, perché siamo Tutto e Uno. Lo Yoga del Patañjali, o più in generale la Via Iniziatica, o ancora il Conoscere Sé Stessi, è la continua ricerca di questo Centro.

Qui, però, dobbiamo fare un'importante precisazione: le parole vanno intese in quanto simboli, con molteplici livelli di interpretazione. Leggendo quanto sopra, o anche i testi di certe correnti, alcuni potrebbero pensare che quando impariamo "semplicemente" a mettere attenzione in ciò che facciamo, ad "essere presenti" mentre lo facciamo, allora abbiamo compreso lo scopo della pratica e siamo "illuminati". Nulla di più falso! Magari fosse così semplice. Quando parliamo di esoterismo, di Scienza Sacra, dobbiamo ricordarci che le parole rappresentano solo alcuni aspetti di ciò che descriviamo, e non dobbiamo mai fermarci al loro significato letterale. Così, l'essere "centrati" o "presenti", ha molteplici livelli di interpretazione, che vanno compresi, ovviamente, con la pratica.

Dopo questa digressione sulla presenza, passiamo quindi (rullo di tamburi) al sesto stadio dello Yoga di Patañjali: il Dharana. In questo stadio in particolare, ritroviamo molto di quel significato etimologico di "meditazione", che ho trattato nell'articolo dedicato, a cominciare dal "considerare alcuna cosa fermandovi a lungo il pensiero".

L’attenzione è la localizzazione della mente.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 1 - Paolo Magnone.

La concentrazione è il confinarsi della mente entro un’area mentale limitata (oggetto della concentrazione).

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 1. Traduzione di I.K. Taimni.

Dhâranâ è un luogo delimitato della mente.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 1. Traduzione di Guido Sgaravatti.

La concentrazione (dhâranâ) consiste nel fissare la coscienza in un punto.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 1. Traduzione di Piera Scarabelli e Massimo Vinti.

Quando (decidiamo che) siamo "arrivati al pratyahara" (ovvero quando abbiamo raggiunto quello stato già ampiamente descritto), è il momento di iniziare ad "usare" la nostra attenzione (che, giunti a questo stadio, non è più distratta da chissà cosa ogni 3 secondi). Usare nel senso di direzionare l'attenzione verso il seme della meditazione, che ora introdurremo nel terreno/grembo della nostra mente.

Fin qua, di pratica effettiva ho parlato ben poco. Per quanto ho detto su questi otto stadi, si può pensare che dall'asana al samadhi sia un po' una scala in salita, e in parte è vero. Ho già iniziato questo discorso nella parte 4. Indagando da un punto di vista più esoterico gli otto stadi, possiamo vedere però che è vero allo stesso tempo che ogni stadio è presente in ogni singolo momento della nostra pratica, sia quando siamo seduti a meditare, che in ogni altro istante.

Quando, ad esempio, ci sediamo a meditare, e iniziamo con il primo stadio, stiamo già cominciando a direzionare la nostra attenzione nella nostra interiorità, e quindi a concentrarci, e "fissare la coscienza in un punto" (che potrebbe essere il cuore).

Gli stadi del Patañjali sono fasi simboliche, otto parti di un unico cerchio-ciclo. E in questo senso vanno meditate: un ciclo che può rappresentare un secondo, un giorno, o un intervallo di spazio-tempo più specifico, come quello che dedichiamo alla nostra pratica.

Quanto appena detto è anche il motivo per il quale finora ho scritto ben poco, diciamo, di esercizi, ma già nel prossimo articolo vedremo qualcosa a riguardo.

Dopo il pratyahara, siamo quindi arrivati al dharana. Piantiamo questo seme: ovvero, scegliamo un oggetto per la nostra meditazione. E qui, potrebbero essere tantissimi. Per capirci, potremmo scegliere di concentrarci sul vuoto, sul rivivere la nostra giornata, o potrebbe essere proprio un oggetto, semplice e reale, come un frutto (come a volte si fa negli esercizi di visualizzazione).

Dopo aver scelto il seme, l'oggetto, direzioniamo la nostra attezione su di esso. Concentrare l'attenzione sul seme, e delimitare la mente ad esso soltando: questo è dharana. E, quando questa attenzione è salda e fissa verso l'oggetto, senza distrazioni, quando è uniforme, quando la mente è "in relazione esclusiva con questo oggetto", ovvero quando "nella nostra mente" ci siamo solo noi e il seme, l'oggetto, siamo nel settimo stadio: la contemplazione.

La meditazione è l’uniformità della rappresentazione a essa relativa.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 2 - Paolo Magnone.

Allora l’attività mentale forma un flusso ininterrotto in relazione esclusiva con questo oggetto.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 2. Traduzione di T.K.V. Desikachar.

Il flusso ininterrotto (della mente) verso l’oggetto (scelto per la meditazione) è la contemplazione.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 2. Traduzione di I.K. Taimni.

La meditazione (dhyâna) è la facoltà di mantenervi (sul punto prescelto) l’attenzione.

- Patañjali, Yoga Sutra, III, 2. Traduzione di Piera Scarabelli e Massimo Vinti.

In questo articolo, anche se brevemente, abbiamo ripercorso sette degli otto stadi, dei quali cinque già spiegati in precedenza, e altri due in chiusura. Non manca solo uno stadio, sugli Yogasutra del Patañjali c'è molto da meditare, e da scrivere.

Per un paio di puntate però mi sa tanto che ci sarà meno "teoria": ora serve dar spazio anche a qualche esercizio.